INTERVIEW: “Is Armenia ready for a major art biennale?” Laure Raffy interviews curator Mazdak Faiznia of ICAE 2018

interview by Laure Raffy
photos by Ed Tadevossian, courtesy of ICAE2018 and Shaula International

On the occasion of the ICAE 2018 (International Contemporary Art Exhibition) that took place in Yerevan from September 28-October 28, the HAYP Pop Up team was able to interview curator Mazdak Faiznia, artistic director of the Faiznia Family Foundation (FFF) based in Kermanshah, Iran. The FFF encourages and promotes contemporary art creation nationally and internationally.

Original interview in Italian below.


 

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LR: Could you clarify why you chose “Soundlines” for the exhibition theme, and in particular what is its connection to Armenia?

MF: I guess first off, I’d like to address the notion of silence. Armenians have always been and continue to be, all around the world. Their culture dates back thousands of years, and they’ve contributed greatly [to culture] wherever they’ve been.

I’m Kurdish Iranian and I am aware that Armenians have played a key role in our region as bearers of innovation, cinema, photography, medicine, industry and the arts – but in silence and discretion. Geographically, Armenia is not so big, but its voice is far-reaching.

One of the ICAE ‘s goals was to create a dialogue through artistic and cultural environments in Armenia with the rest of the world. For this reason, I was looking for an element of Armenia’s contemporary history that successfully engaged in international discourse and represented the Armenian voice, and it’s not by chance that I came to the traditional Armenian flute, or “Duduk”. It’s a small instrument with a full voice. Anchored in Armenia’s history, this globally recognised symbol of Armenian identity has been able to dialogue with all forms of music, from pop to rock to electronic music and even classical music since the 1980s.

“Soundlines” is also a reference to the novel Songlines by Bruce Chatwin, which looked at how the oral tradition of Australian Aborigines created a [sonic] map of the territory.

Sound as a metaphor for artistic practice, which places at its core concepts of identity, collective and personal memory, landscape memory, mobility, and international cultural dialogue. Line as sound, as real or mental borders, and also as a formal and conceptual element; idealised maps and their relationship to the territory . This is not unlike how the sound of an Armenian Duduk might integrate itself harmoniously within an orchestra of diverse instruments from the rest of the world. I’m interested in the relationship between sound, identity and tradition.

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LR: How did you make the selection of artists and works in the program, and where did they come from? Did institutions also participate in the exhibit?

MF: The selection of artists and works was based on their relationship to the theme and character of the project, which was shaped for both the Armenian and international publics that would be present during the Francophone Summit in Yerevan. The works were loans from artist studios, the galleries that represent them, and international private Collections and Foundations. 

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LR: Do you plan to renew ICAE next year?

MF: Bringing to life ICAE2018 was arduous, from the complexity of the theme to its production… it was really a “Mission Impossible”, especially considering the scale of the project and the invited international artists. We had very little time, and the added challenge of bringing a world audience to Armenia. If it weren’t for everyone’s support and openness, especially on behalf of the artists, our international and local partners, the incredible efforts of the team and their organisation, it would have been difficult to bring to fruition and it was almost a miracle.

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But miracles aren’t always possible. And so, if a major objective [for Armenia] is to insert Yerevan and the country on the map as a cultural destination for contemporary art, this could be considered a first step. But continuity is essential, and there needs to be a long term program to generate important cultural events like biennales, triennales, and art fairs, and establish infrastructure for museums, foundations, independent and non profit spaces, artists, academies etc, that are globally connected. In order to make all of this happen, there needs to be a program with a vision, and certain synergies that enable the commitment and support on behalf of the public and private sectors. Lastly, it needs to continue – never give up- continue, continue, and continue! 

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In occasione dell’ICAE (International Exhibition of Contemporary Art) tenuto a Erevan il mese scorso, abbiamo avuto la possibilità di intervistare Mazdak Faiznia, curatore della mostra e direttore artistico della Faiznia Family Foundation in Kermanshah, Iran.

intervista da Laure Raffy

foto da Ed Tadevossian per ICAE2018, Courtesy di Shaula International


LR: Potresti specificare come mai hai scelto “Soundlines” come tema, e qual’è il legame particolare con l’Armenia?

MF: Forse la prima cosa che devo dire è proprio il silenzio. In tutti sensi, gli Armeni sono stati e sono [ancora] da per tutto il mondo. Hanno una cultura millenaria, hanno contributo tantissimo dove sono stati, ed in effetti io che sono curdo Iraniano, in Iran gli armeni hanno avuto un ruolo fondamentale nella nostra zona: sono stati i portatori d’innovazione, del cinema, della fotografia, la medicina, l’industria, la cultura e l’arte, ma con un silenzio naturale. L’Armenia geograficamente è un paese non molto grande ma ha una voce ampia.

Uno degli obiettivi di questo evento è [stato di] creare un dialogo tra atmosfera artistica e culturale in Armenia con il resto del mondo. Per cui cercavo un elemento che nella storia contemporanea di questo paese è riuscito a dialogare a livello internazionale, rappresentando la voce dell’Armenia e non per caso sono arrivato al Duduk, il flauto antico e strumento tradizionale Armeno. È uno strumento piccolo ma ha una voce ampia. Il Duduk è ben radicato nella storia ed é riconosciuto come [simbolo di] l’identità Armena in tutto il mondo, ma è riuscito a dialogare con tutte le forme della musica, dalla musica pop al rock alla musica elettronica ed anche nella musica classica soprattutto dopo gli anni 80.

Invece Soundlines evoca “La via dei canti” (The Songlines), il celebre libro di Bruce Chatwin sulla tradizione orale degli aborigeni Australiani da cui deriva una mappatura del territorio. Per cui il suono come una metafora della pratica artistica che mette al centro della sua attenzione concetti importanti come: identità, la memoria collettiva e personale, anche la memoria del paesaggio, la mobilità, ed il dialogo culturale a livello internazionale. La Linea come il Suono, come confini reali o mentali, anche come elemento formale o concettuale, cioè, le mappe ideali ed il rapporto con il territorio. In maniera analoga a quanto avviene in un’orchestra in cui il suono del Duduk Armeno, si integra perfettamente con gli altri strumenti del resto del mondo. [Mi interessa] Questo rapporto tra il suono ed il suo rapporto con l’identità e la tradizione.

LR: Come hai fatto la scelta degli artisti? Hanno partecipato anche delle istituzioni?

MF: La scelta degli artisti e le opere è stato basato sul tema [della mostra] ed il carattere del progetto che è stato creato per l’Armenia e il pubblico Armeno ed anche internazionale che visiterebbe la mostra nel periodo del Summit dei paesi Francofoni a Yerevan. Praticamente le opere provengono dallo studio degli artisti, dalle loro gallerie rappresentanti, e dalle collezioni e fondazioni privati internazionale. 

LR: Ci sarà un altro ICAE per l’anno prossimo?

MF: Per la realizzazione dell’ICAE 2018 – essendo stato un obiettivo arduo da raggiungere, a causa della complessità del tema e della produzione..è stata davvero una “Mission Impossible”, nel senso che considerata la mole del progetto e degli artisti internazionali invitati, il poco tempo [avuto] e la difficoltà di far approdare il mondo in Armenia, se non fosse stato per la disponibilità di tutti e soprattutto degli artisti, i partner internazionali e locali, e lo sforzo incredibile del team e della organizzazione, sarebbe stato difficile da realizzare, quasi quasi è stato un miracolo.

Ma non sempre si possono fare i miracoli. Per cui se l’obbiettivo da raggiungere sarebbe di inserire Yerevan e l’Armenia nella mappa come destinazione culturale per l’arte contemporanea, questo sarebbe un primo passo ma bisogna soprattutto mantenere una continuità, avere un programma di lungo termine, di creare delle rassegne importanti come Biennale, triennale, le fiere, creare le infrastrutture per i musei, le fondazioni, gli spazi indipendenti e non profit, per gli artisti, le Accademia, eccetera, e metterli in contatto a livello internazionale. Per fare tutto questo ci vuole un programma per raggiungere l’obiettivo, [e] creare sinergie per avere l’impegno e il sostegno da parte del settore pubblico e privato, ed alla fine, non mollare. Continuare, continuare e continuare.

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